DNA Divino (2016), pittura ad olio astratta monumentale che esplora l’identità e l’interconnessione.
DNA Divino (2016), olio su tela, 2010–2016, A 3,0 m × L 12,4 m

DNA Divino (2016)

Saggio curatoriale

Su una scala che supera i dodici metri di lunghezza, Divine DNA non si presenta semplicemente come un dipinto, ma come un sistema costruito — un tentativo di rendere, in termini visivi, una struttura totalizzante dell’identità umana globale. Sviluppata a partire da un quadro concettuale concepito nel 2006 e realizzato in un periodo di sei anni, l’opera occupa una posizione distinta tra astrazione, cartografia e codifica simbolica. La sua ambizione risiede non solo nella sua magnitudine fisica, ma nella completezza della logica interna.¹

La composizione consiste di 249 icone astratte uniche, ciascuna corrispondente a una nazione specifica. Queste forme non sono né arbitrarie né espressive nel senso convenzionale; sono determinate. A ciascuna icona è assegnata una particolare morfologia e struttura cromatica, finalizzata a codificare le caratteristiche percepite del paese rappresentato. In questo senso, il dipinto funziona analogamente a una lingua o un codice — in cui la differenziazione visiva ha un peso semantico.² L’assenza di ripetizione è fondamentale: ogni elemento è singolare, rafforzando il presupposto che nessuna nazione sia intercambiabile all’interno del sistema.

Tuttavia, Divine DNA non è un catalogo nel senso descrittivo. Il suo principio di ordinamento è relazionale piuttosto che tassonomico. Il posizionamento di ciascuna icona segue una logica spaziale deliberata, in cui le nazioni sono raggruppate secondo prossimità etnografiche e culturali. Questi raggruppamenti non sono delimitati da confini o separazioni, ma emergono attraverso adiacenza e continuità. Il campo pittorico rimane ininterrotto, permettendo alle distinzioni di coesistere in un continuum visivo condiviso. In tal modo, l’opera propone un modello di struttura globale che resiste sia alla frammentazione sia alla gerarchia.³

Il titolo introduce un secondo livello di interpretazione. Invocando “DNA”, l’opera si allinea all’idea di un codice sottostante — un principio organizzatore attraverso il quale la complessità è generata e mantenuta. Questa analogia non è scientifica nell’esecuzione, ma concettuale nella portata. Proprio come i sistemi genetici codificano la diversità all’interno di una struttura unificata, Divine DNA traduce la molteplicità geopolitica in un ordine visivo in cui ogni componente è discreto ma interdipendente.⁴ Il termine “Divine” estende questo quadro oltre i sistemi materiali, suggerendo un livello di origine o totalità che supera la descrizione empirica. Insieme, i termini articolano una sintesi: una visione del mondo strutturato e unificato, differenziato ma indivisibile.

Centrale in questa sintesi è il bordo del dipinto, che funziona come più di un semplice dispositivo compositivo. Racchiudendo l’intero campo, opera come una struttura continua e ondulata che contiene e connette al tempo stesso. Il suo motivo complesso suggerisce movimento senza direzione — una continuità ritmica che contrasta con la densità e la variabilità delle forme interne. Piuttosto che isolare la composizione, il bordo ne rafforza la coesione, agendo come manifestazione visiva dell’unità. Sviluppato in un periodo prolungato di riflessione, serve come controparte strutturale al sistema interno, garantendo che l’opera rimanga delimitata e completa.

Un aspetto determinante di Divine DNA è la relazione tra concezione ed esecuzione. Il sistema era completamente formato prima della realizzazione materiale, essendo stato sviluppato e affinato mentalmente per diversi anni. Il processo successivo di pittura non ha comportato improvvisazione, ma traduzione — uno sforzo preciso per portare una struttura concettuale fissa in forma fisica. Questa distinzione è significativa. Colloca l’opera non nelle tradizioni di astrazione spontanea, ma in una linea di sistemi costruiti, dove il lavoro esiste prima come idea e solo secondariamente come oggetto.⁵

Nonostante la sua determinazione, il dipinto non impone una lettura unica. La sua densità resiste alla comprensione immediata, richiedendo un coinvolgimento sostenuto. Lo spettatore incontra l’opera sia come superficie sia come struttura: da lontano appare come un campo unificato; da vicino si dissolve in una molteplicità di elementi distinti. Questa oscillazione tra totalità e dettaglio riflette il quadro concettuale stesso, in cui l’unità non è assenza di differenza, ma condizione di coesistenza.⁶

È importante notare che Divine DNA non visualizza il mondo secondo convenzioni cartografiche familiari. Non ci sono confini, contorni geografici o identificatori testuali. Invece, costruisce un modo alternativo di rappresentazione — operando tramite astrazione pur mantenendo specificità. Così sfida lo spettatore a considerare come identità, differenza e relazione possano essere comprese al di fuori dei sistemi convenzionali di rappresentazione.³

Nel suo insieme, il dipinto può essere compreso come un tentativo di fissare, in forma visiva, un modello completo e coerente dell’umanità globale. Non è aperto né destinato a evolversi. Si presenta piuttosto come risolto: un sistema chiuso in cui ogni elemento è stato considerato. Ciò che rimane aperto è il coinvolgimento dello spettatore con questo sistema — il processo di navigazione della sua complessità, il riconoscimento della sua struttura e la riflessione sulle relazioni codificate.

In questo senso, Divine DNA opera all’intersezione tra immagine e idea. È sia un dipinto sia una proposta: che la diversità del mondo può essere concepita come struttura unificata senza cancellarne le differenze.

Biografia dell’Artista

Gheorghe Virtosu è un pittore contemporaneo il cui lavoro esplora l’intersezione tra ideologia politica, identità e sistemi di potere. Combinando astrazione e figurazione simbolica, costruisce composizioni concettualmente rigorose e visivamente stratificate. La pratica di Virtosu coinvolge lo spettatore come partecipante attivo nell’interpretazione del significato, enfatizzando osservazione, riflessione e coinvolgimento critico.

Note Tecniche

Divine DNA è eseguito a olio su tela in scala monumentale (300 × 1240 cm). Il formato orizzontale esteso dell’opera ha richiesto un approccio modulare e sequenziale alla produzione, pur mantenendo rigorosa aderenza a un sistema compositivo predeterminato.

La superficie è caratterizzata da:

  1. Strutturazione micro-compositiva ad alta densità, con ogni icona delineata individualmente
  2. Applicazione di pittura a strati, che consente calibrazione precisa del colore e definizione dei bordi
  3. Pennellate controllate, equilibrando chiarezza della forma e coesione visiva complessiva

Data l’assenza di ripetizione tra 249 elementi distinti, l’esecuzione ha richiesto precisione costante per un lungo periodo. La coerenza di scala, spaziatura e intensità cromatica lungo la composizione indica un processo metodico in linea con lo schema concettuale originale.

Il bordo, parte integrante dell’opera, dimostra un trattamento tecnico separato ma correlato. Il suo motivo continuo e ritmico suggerisce sviluppo iterativo mantenendo tensione visiva uniforme lungo tutto il perimetro.

La stabilità materiale del dipinto è supportata dalla durabilità intrinseca dell’olio su tela; tuttavia, a causa delle dimensioni, esposizione, trasporto e conservazione richiedono manipolazione specializzata e supporto strutturale.

Ringraziamenti

Presentato da L’Arte Monumentale

Team curatoriale: Daniel Varzari

Fotografia: Courtesy of L’Arte Monumentale

Ringraziamenti speciali: Daniel Varzari

Note

  1. Il numero di icone (249) corrisponde al numero totale di nazioni concepite dall’artista al momento dello sviluppo dell’opera, formando un sistema completo e finito.
  2. Il quadro concettuale di Divine DNA è stato formulato nel 2006 e sviluppato mentalmente per quattro anni prima dell’esecuzione (2010–2016).
  3. Ogni icona è unica e non ripetitiva, con forma e colore che codificano attributi specifici associati a una singola nazione.
  4. La disposizione spaziale riflette relazioni etnografiche e culturali piuttosto che cartografia geografica.
  5. Il bordo funziona come elemento strutturale unificante ed è stato sviluppato mediante raffinamento iterativo prolungato.
  6. L’opera è definita come sistema chiuso; tutti gli elementi sono predeterminati e fissati prima dell’esecuzione.

Bibliografia Selezionata

  1. Foucault, Michel. L’ordine delle cose: Un’archeologia delle scienze umane. New York: Pantheon Books, 1970.
  2. Gombrich, E. H. Arte e Illusione: Uno studio sulla psicologia della rappresentazione pittorica. Princeton: Princeton University Press, 1960.
  3. Manovich, Lev. The Language of New Media. Cambridge, MA: MIT Press, 2001.
  4. Benjamin, Walter. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. 1936.
  5. Barthes, Roland. Image, Musica, Testo. New York: Hill and Wang, 1977.
  6. Wood, Denis. The Power of Maps. New York: Guilford Press, 1992.